martedì 14 maggio 2013

"Muoia Sansone con tutti i Filistei"

L’amarezza per le situazioni critiche cui conduce una professione sfruttata e sottostimata come quella dell’archeologo o dello storico dell'arte non deve portare allo scontro con la cultura partecipativa: il caso della Notte dei Musei


di Caterina Pisu

In questo blog avevo già affrontato il tema del volontariato, per cui non ripeterò alcuni concetti fondamentali già espressi, che pure sono importanti per capire l’origine e l’importanza del volontariato come anche alcuni aspetti ambigui che riguardano non tanto il volontariato in sé quanto il suo utilizzo improprio, ma vi rimando, per questo, alla lettura del mio articolo.

L’argomento è diventato ancora più attuale da quando il MiBAC, dalla propria pagina Facebook,  tempo fa ha lanciato un appello alle organizzazioni di volontariato affinché si rendessero disponibili durante la Notte dei Musei 2013, che si svolgerà il prossimo 18 maggio.

La notizia ha provocato l’immediata reazione soprattutto di archeologi e storici dell’arte che hanno interpretato l’appello come l’ennesimo tentativo di sfruttare i professionisti della cultura.

In realtà l’apporto dei volontari in questa circostanza sarà unicamente di supporto al personale che, nei casi di afflusso di pubblico maggiore rispetto all’ordinario, potrebbe rivelarsi insufficiente, causando disagi soprattutto ai visitatori. 

Si tratta, quindi, di svolgere una semplice funzione di assistenza al pubblico, fornendo qualche spiegazione, così come fanno normalmente i custodi di un museo; niente che abbia a che fare con la professione dell’archeologo o dello storico dell’arte che, chiaramente, quando hanno la fortuna di lavorare, solitamente svolgono compiti completamente diversi e altamente specializzati.

Il primo aspetto negativo, dunque, è quello di ingenerare confusione nelle persone, le quali così accomuneranno la nostra professione ad altre che richiedono un minor grado di specializzazione. Certamente non tutti potranno capire come mai se gli operatori dei servizi di custodia non hanno avanzato vigorose proteste in questa circostanza, essendo i più diretti interessati all’impiego dei volontari nel loro ambito di lavoro, se ne siano preoccupati, invece, archeologi e storici dell’arte che normalmente svolgono compiti completamente diversi. Si tratta di una sorta di autogol, di una auto-dequalificazione del proprio ruolo professionale.

E allora da dove nasce la protesta? Certamente da un’onda emotiva. Il disagio dei professionisti della cultura è comprensibile: troppo spesso queste professioni sono sottostimate e sfruttate. Ma per mettere in atto una protesta che sia giustificata e, soprattutto, che sia chiara anche per il resto della comunità, non si poteva scegliere occasione peggiore. 

Innanzitutto, per quanto si sia cercato in vari modi di evitare di entrare in aperto contrasto con il mondo del volontariato, di fatto si vuole impedire che la cittadinanza possa compiere liberamente il proprio impegno civico, che è un diritto sancito dalla nostra Costituzione (Art. 2). Pertanto, in un periodo storico come l’attuale, in cui parole come “condivisione” e “partecipazione” sono sempre più sentiti come un’esigenza irrinunciabile, andare contro corrente è rischioso e attirerà antipatie verso la protesta di archeologi e storici dell’arte.

In secondo luogo, si è criticato perfino il modo con cui il MiBAC ha lanciato l’appello, cioè attraverso i social network. Questa affermazione sbalordisce ancora di più, soprattutto perché è pronunciata da chi, in genere, appartiene al “popolo del Web”, cioè da quelle generazioni che ormai sanno vivere con disinvoltura la comunicazione virtuale e ne conoscono i vantaggi in termini di veicolazione di contenuti e di notizie. Quali strumenti sono migliori e più democratici dei social network?

Il volontariato: in alcuni Paesi, come il Regno Unito, è uno "stile di vita" non in contrasto con il mondo professionale.

La sensazione è che questi professionisti, eterne vittime di una politica che ha sempre penalizzato le professioni culturali, vogliano trascinare nella “rovina” tutto il mondo della cultura. “Muoia Sansone con tutti i Filistei”, che importa se non ci saranno più eventi come la Notte dei Musei o altri simili, che hanno il pregio di coinvolgere tutti e di diffondere l’amore per il nostro patrimonio culturale?

Badate, non sono le motivazioni di base della protesta che sono sbagliate, ma lo è la circostanza! Su Twitter è stato lanciato l'hashtag #no18maggio che sarà interpretato come un veto ai volontari e come un tentativo di bloccare ogni forma di partecipazione attiva da parte della comunità.


Perché #no18maggio, ovvero “No alla Notte dei Musei”, un evento che si svolge in ogni parte del mondo con l’apporto prezioso dei volontari? Mi si spieghi che cosa c’entra questo con la causa degli archeologi e degli storici dell’arte. 



Ma attenzione, se non si sgombrerà il campo dagli equivoci e non si cercherà di essere più che convincenti, eliminando ogni rischio di confusione tra quelle che sono le reali funzioni di archeologi e storici dell’arte rispetto ai compiti di un volontario, sarà più difficile che in futuro i problemi della categoria possano essere compresi e condivisi dal resto della comunità.

6 commenti :

  1. Gentile Dott.ssa Pisu, congratulazioni per il Suo blog che seguo molto spesso. Purtroppo la situazione che Lei ha perfettamente illustrato è conseguenza di frustrazioni che si protraggono da troppo tempo. Queste polemiche ci furono anche in occasione del concorso del Mibac e credo anche prima dei concorsi del Comune di Roma. Ha anche ragione nel dire che si tende a confondere il ruolo di ciascuna delle varie figure professionali; sono d'accordo sul valore del volontariato e sulla sua utilità sociale, il fatto è che però ho notato un proliferarsi di associazioni di volontariato e promozione archeologica locale (sono studente di Specialistica in archeologia), associazioni quasi sempre fondate da laureati che non trovando lavoro pensano bene di prestare il loro tempo in queste imprese: ma quanto durano? Qual è il loro vero scopo? Un'associazione che ha buoni agganci con personaggi politici locali non credo non riceva alcun contributo, allora perché dovrei fare il volontario per queste persone? Lo farei per il bene della comunità ovvio ma l'"onda emotiva" e la frustrazione non può non far capolino. In uno degli scavi a cui ho partecipato come volontario venivo trattato come forza-lavoro, in un altro il clima era sereno ma alla fine non veniva riconosciuto alcun merito ai volontari, a livello di convegni, relazioni finali e interviste agli organi di stampa, viene sempre lodata l'attività dell'Associazione nelle sue figure apicali. Sotto la maschera del volontariato allora io credo che si celino interessi politici ed economici, potrei sbagliarmi ma è questa la mia impressione.

    RispondiElimina
  2. Caro Collega, La ringrazio, innanzitutto, per il Suo intervento e per l'assiduità e l'interesse con cui segue il mio blog. Colgo l'ulteriore spunto di riflessione che Lei ha postato per chiarire ancora meglio il mio pensiero. Sono senz'altro d'accordo sulla necessità che il ruolo delle associazioni di volontariato non debba in alcun caso invadere il campo d'azione dei professionisti e tanto meno sfruttarne il lavoro intellettuale. Tuttavia, proprio perché si tratta di prestazioni volontarie, si può ovviare a questo inconveniente evitando prontamente altre occasioni di "sfruttamento" del proprio lavoro.
    Assai più umiliante e riprovevole, a mio parere è l'essere trattati come personale alle dipendenze dei docenti quando si frequenta un dottorato, con o senza borsa di studio, o quando ci si vede sorpassati dai raccomandati, o quando si ostacolano studi e pubblicazioni. Ecco, queste credo che siano le battaglie serie da combattere. I volontari, quando restano nell'ambito delle loro funzioni di supporto, non ci fanno nessun male, e certamente non ce ne faranno se aiuteranno a tenere aperti i musei durante la Notte dei Musei. E' una illusione pensare che se non ci fossero i volontari ci sarebbe più lavoro. Ci sarebbe più lavoro se la cultura iniziasse ad essere considerata una componente importante dei programmi di governo cui non riservare solo le briciole, dal punto di vista delle risorse finanziarie, e se si cominciasse a premiare il merito e a favorire l'ingresso di nuovi profili occupazionali nel nostro ambito professionale. Perché, parliamoci chiaro, centinaia di archeologi non potranno mai trovare tutti lavoro nel loro settore, come se fossero medici o ingegneri (per i quali non è ugualmente semplice trovare impiego immediato). Non c'è tutta questa necessità di archeologi o di storici dell'arte o di museologi, però magari c'è bisogno di competenze che sono collegate a questi ambiti e che possono essere impiegate in modo concreto da enti, istituzioni, fondazioni o vari tipi di organizzazioni. Penso al settore della comunicazione, al fundraising, alla mediazione culturale e a tanti altri. Bisognerebbe cominciare a pensare alla nostra professione come un valore che, per quanto possibile, bisogna continuamente rivedere e aggiornare. Non sempre seguire un'unica direzione è conveniente e non è detto che le scuole di specializzazione in archeologia siano l'unica strada da seguire dopo la laurea, a meno che non si voglia rimanere impantanati nel mondo degli eterni disoccupati.

    RispondiElimina
  3. Gentile Dott.ssa, La ringrazio per la Sua ottima riflessione che mi aiuta ad avere un più chiaro quadro della situazione in cui siamo. Concordo in pieno soprattutto per quanto riguarda i settori su cui dovremmo concentrarci (comunicazione, fundraising, mediazione ecc.), settori che non mi sono stati insegnati all'Università (ma quante cose non ci insegnano in fondo!) e di cui ho sempre rimandato un serio approfondimento: più che una scuola di specializzazione in archeologia, pantano in cui cadono molti miei amici e colleghi, preferirei infatti un giorno intraprendere una formazione in qualcuno di questi settori (anche se a 28 anni credo di essere un po' in ritardo...). Cosa ne pensa dell'attuale offerta dei vari Master in Comunicazione dei Beni Culturali? O del Master in Management delle Risorse Artistiche e Culturali della Iulm (ne cito uno a caso)? Esiste un'effettiva domanda delle professionalità attinenti a uno di questi titoli? Mi perdoni la banalità di questi dubbi che mi pongo da un po' di tempo e che sono sicuro Lei saprà soddisfare al meglio.

    RispondiElimina
  4. Ci sono vari master interessanti, non necessariamente molto costosi; l'importante, lo consiglio sempre, è verificare non solo che propongano un programma valido, ma anche che i docenti siano altamente qualificati. Capita, talvolta, che si organizzino master "al risparmio", dove la docenza non è affidata a studiosi di lunga e provata esperienza, che quindi possono trasmettere non solo nozioni ma anche consigli pratici. I master o i corsi in cui è presente un collegio di docenti che provengono da varie realtà, universitarie, aziendali, istituzionali, è molto utile anche per ampliare la propria rete di contatti e conoscere nuovi ambienti. In questo modo si favoriscono le occasioni professionali perché non si resta chiusi in uno stesso ambito, magari già saturo, che non può offrire nessun tipo di prospettiva.

    RispondiElimina
  5. Tutto quello a cui non si può rispondere in un tweet: http://wp.me/p2WJ8p-16

    Alessandro

    RispondiElimina

Grazie per aver commentato questo post.