giovedì 16 maggio 2013

Ancora a proposito di #no18maggio


Prosegue il dibattito sull'opportunità o meno di dare vita ad una protesta degli archeologi collegata alla Notte dei Musei del prossimo 18 maggio.
Per leggere l'inizio della discussione vi rimando al link:

Caro Alessandro, è un piacere avere l’opportunità di discutere questi temi così importanti che purtroppo spesso sono ignorati dall’opinione pubblica. Questo è anche il motivo per cui sono dispiaciuta che queste energie siano state bruciate per una occasione che a mio parere non riuscirà a mettere in evidenza i problemi reali della nostra professione e che, come ho già scritto, potrebbe dimostrarsi fuorviante per i media e per il pubblico in generale. 
In questi giorni mi è capitato di leggere alcuni articoli postati su blog o sui giornali locali in cui l’appello del MiBAC  è interpretato da tutti come rivolto ai professionisti che sarebbero stati invitati a prestare il proprio lavoro gratuitamente. Non è così, perché il MiBAC si è rivolto alle associazioni di volontariato e non ha certo indetto un bando per chiamare archeologi, storici dell’arte, ecc., a prestare la propria opera a titolo volontario e gratuito. Questo il testo dell’appello del 23 aprile:  «Apriamo alla collaborazione del mondo del volontariato per migliorare la fruizione del patrimonio culturale durante la Notte dei Musei 2013. Per maggiori dettagli potete chiamare al numero di tel. 06/67232197». Non si cercano professionisti e questo è il punto. Come poter innestare una protesta efficace su un comunicato che, in concreto, non richiede alcuna prestazione professionale altamente specializzata? Il ricorso ai volontari in queste occasioni, continuo a ripeterlo, è una consuetudine che non scandalizza nessuno in ogni parte del globo. Ho fatto una ricerca su internet in inglese e, se non mi è sfuggito qualcosa (potrebbe anche essere naturalmente), non ho trovato casi di contrasto tra volontari e professionisti in altre parti del mondo. Probabilmente perché compiti e competenze sono ben chiare e distinte. 
Nessuno impedisce a uno studente di archeologia o anche ad un neo-laureato di fare un po’ di esperienza mediante il volontariato, anzi, in alcuni casi può anche essere una opportunità formativa interessante, ma questo non vuol dire farsi sfruttare. Lo diventa se il laureato, una volta acquisita coscienza della sua professionalità continua a prestare la propria opera gratuitamente. Ma questa, allora, è una responsabilità personale. 
Credo che siano molto più diffusi e molto più gravi, piuttosto, i casi di archeologi sfruttati, questo sì che è un termine che si può usare, da cooperative che sottopagano i propri collaboratori o che talvolta si dimenticano perfino di remunerarli. Questo non è volontariato, è sfruttamento del lavoro professionale, ed è contro queste realtà che bisogna reagire con forza, per esempio cercando di organizzarsi sindacalmente, dato che, se non mi sbaglio, per ora il lavoro dell’archeologo nei cantieri di scavo è regolato dalle norme che riguardano il comparto edile, e forse bisognerebbe pensare a proteggere la categoria con norme più specifiche e adeguate. E se ci fosse una tutela sindacale specifica si potrebbe anche impedire alle associazioni di volontariato archeologico di svolgere compiti che esulano dagli ambiti del puro volontariato e che sottraggono occasioni di lavoro ai professionisti. 
Tutto questo per sottolineare che la questione degli archeologi è molto complessa e non può essere banalizzata con un slogan sbagliato che penalizza ulteriormente la dignità della nostra professione, paragonandola a occupazioni molto meno specializzate. Non si tratta di creare dei “compartimenti stagni”, ma di definire correttamente il ruolo e le competenze di un archeologo. Faccio un esempio: un medico se vuole, per necessità o per stravaganza, può anche fare il portantino, ma ciò non significa che questa “anomalia” determini un’estensione delle funzioni del medico alle pulizie degli ambulatori, che diventano conseguentemente un compito suo di diritto. Questo non significa essere “elastici”, vuol dire creare il caos. 
E chi scrive è una persona che ha vissuto il disagio essere stata sottostimata per la propria professione, sentendosi dire perfino da un sindaco che “quella dell’archeologo è una professione curiosa”. Puoi ben immaginare se io non sono indignata quanto voi per la poca stima che circonda la nostra categoria. Proprio per questo considero #no18maggio un’occasione sprecata in cui non c’è stata ponderazione ed è mancata una vera pianificazione che lanciasse una protesta comprensibile e capace di colpire nel segno. A me è sembrato che sia prevalsa soprattutto l’emotività e forse anche un po’ di improvvisazione. Una protesta incisiva necessita di altre premesse e, soprattutto, la circostanza in cui svolgerla deve essere scelta con la massima cura perché sarà questa a caratterizzare il movimento di protesta. Per me #no18maggio continua ad essere una scelta infelice e non un’occasione colta al volo.
Se vogliamo davvero che “il Paese si riappropri della sua Storia e anche del Valore economico che questo, di fatto, costituisce per restituirli ai Cittadini tutti”, non possiamo impedire che i volontari offrano il loro contributo soprattutto in queste occasioni, proprio perché la cultura deve essere partecipativa. E i musei, se non hanno bisogno di dieci custodi perché durante il resto dell’anno possono conteggiare solo un numero esiguo di visitatori, devono per forza ricorrere ai volontari in occasioni straordinarie. 
E’ necessario un maggior controllo istituzionale questo sì, perché, all’opposto, è inammissibile che musei che hanno due visitatori al giorno, abbiano uno staff di 20 custodi, come è stato messo in rilievo dalla stampa riguardo il caso dei musei della Regione Sicilia, nel 2011. A volte il ricorso ai volontari, quindi, rappresenta anche un risparmio di denaro pubblico. Si può obiettare, invece, quando musei di una certa importanza (chiaramente non mi riferisco ai piccoli musei civici o ai musei privati) utilizzano continuativamente i volontari, ma qui si entra in questioni che riguardano la gestione dei musei che sono troppo complesse per poter essere affrontate in poche battute. In questi giorni ho letto affermazioni estreme quali: “se i musei non possono assumere personale (riferendosi alla Notte dei Musei!) allora che restino chiusi”. Ma ci si dimentica che la guardiania è spesso affidata alle società che gestiscono i servizi aggiuntivi ed è da queste che bisognerebbe pretendere l’assunzione di personale, cosa che non sarà facile dato che queste società devono necessariamente far quadrare i propri bilanci. E’ molto recente, per esempio, la notizia delle difficoltà di Zétema che, pur essendo a rischio di scomparire, “vittima” della spending review, è stata criticata proprio per aver assunto 22 custodi in questo clima di incertezza. Personale che a breve resterà senza lavoro.
E’ molto difficile, quindi, dar vita ad una protesta che riguarda la categoria degli archeologi, facendola poggiare su un terreno ancora più complicato e insidioso, come quello museale. Mi concentrerei, piuttosto, sui problemi che riguardano molto più direttamente l’ambito archeologico e che sono già sufficienti per avanzare lamentele più che fondate. 
Non intendo, con questo, convincere nessuno di coloro che entusiasticamente aderiscono a #no18maggio, ma spero almeno di aver fornito qualche spunto per ampliare il dibattito e pensare ad azioni future maggiormente mirate.

Grazie per l'opportunità che mi hai dato di replicare e di dare vita a questo interessante dibattito!

Caterina

2 commenti :

  1. Cara Caterina, io ringrazio te perché mi hai dato (e provo a dire, ci hai dato) la possibilità di confrontarmi ed interloquire con un punto di vista differente, che ha le stesse finalità ma che si sarebbe mosso in maniera diversa.
    Come scrissi nel mio primo intervento, nessuno ha ragione o torto, nessuno deve convincersi o essere convinto; ci sono delle opinioni che si manifestano e si confrontano nel tentativo di raggiungere davvero qualcosa di concreto.
    Pur a costo di risultare ridondante, mi tocca ribadire come la protesta sia nata e si sia alimentata a seguito degli interventi del MiBAC circa l’organizzazione della manifestazione e – soprattutto, oserei dire – dopo il goffo tentativo di giustificarsi da parte del Sottosegretario Borletti. Se una persona (professionista dei beni culturali, che ha speso 10 anni o più della sua vita negli studi e nelle specializzazioni, magari disoccupato, magari sottopagato) si sente dire “mettetevi l’anima in pace, i soldi non ci sono e presumibilmente non ci saranno per un periodo indefinito di tempo. Se vogliamo fare qualcosa, questo è l’unico modo. Poi si vedrà”. A quel “poi si vedrà” penso che sia partito l’embolo ad un centinaio di migliaia di persone.
    Allo stesso modo, mi sento di ribadire come la protesta non sia mai sfociata in un’avversione ai volontari o al volontariato in genere. Penso che non mi stancherò mai di ribadirlo.
    Come ti ho detto ieri, mi sono trovato d’accordo con te nel constatare che forse non è stata la migliore occasione, o meglio la più eclatante, per far montare la protesta; è stata l’ennesima inadeguatezza del Ministero che è stata vissuta e percepita con maggiore insofferenza rispetto alle altre. In ogni caso, come mi è stato ricordato privatamente, la Notte dei Musei è un’iniziativa nazionale e aver ‘alzato la voce’ proprio per questa occasione se non altro ci ha dato la possibilità di renderci “visibili” nella nostra “invisibilità”. E tu dirai: “visibili nell’occasione sbagliata a condizioni non favorevoli”. Può darsi, sta a noi trasformare la protesta ‘emotiva’ in protesta ‘costruttiva’.
    Non penso che sia un caso se, pochi giorni dopo l’inizio della protesta #no18maggio, sia nato un nuovo hashtag che non vorrei passasse in secondo piano: #generazionepro.
    È stato dal mio punto di vista il segno che la protesta abbia cominciato a ‘maturare’ già subito dopo la sua partenza, che fosse intenzionata ad avere degli obiettivi ben precisi e costruttivi.
    Senza dubbio l’hashtag, la protesta e l’ondata di dissenso è stata contraddistinta dall’emotività e dall’improvvisazione (intesa nel senso di ‘nata all’improvviso’ dato che nessuno si sarebbe mai aspettato una risposta di quel tipo da parte di un rappresentante del MiBAC).
    Penso che l’unica cosa utile, conveniente e opportuna da fare ora, è passare alla fase successiva, ‘evolverci’ e fare il passo seguente. Dobbiamo spostare e concentrare la nostra attenzione nell’evidenziare i problemi reali che avvolgono il settore archeologico e quello dei beni culturali in genere, nel fare proposte articolate e nel protestare contro le brutture delle cooperative che sottopagano o dei musei con 2 visitatori al giorno e 20 custodi o contro le inefficienze delle istituzioni e degli organi che dovrebbero controllare il buon funzionamento del sistema.
    Direi che è arrivato il momento per convogliare le nostre energie mentali e fisiche in un progetto costruttivo su cui tutti sono invitati a partecipare per far sentire la nostra voce ostinatamente organizzata.
    È l’ora di #generazionepro.

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    1. Caro Alessandro, a conclusione di questo nostro dibattito, che spero sia stato interessante anche per tutti coloro che ci hanno seguito :-), posso solo dire che sono d’accordo con te riguardo l’atteggiamento del MiBAC, che effettivamente ha addotto giustificazioni inopportune, dato che sappiamo tutti benissimo che nessun governo ha mai dato alla cultura una parte di rilievo nei propri programmi, e quindi ancor meno dei finanziamenti degni di essere chiamati tali. Sarebbe stato sufficiente dire che l’impiego dei volontari in queste circostanze rientra nelle consuetudini nazionali e internazionali, in quanto si tratta di un apporto valutabile non solo in termini di lavoro effettivo ma anche di valorizzazione del senso civico delle comunità. Forse una risposta di questo tenore avrebbe evitato di provocare le reazioni che sappiamo. Ma ora, dici bene, è arrivato il momento, sbollita la rabbia, di cominciare a fare chiarezza e cercare di far rientrare le ultime polemiche che purtroppo - per quanto tu stesso ed altri abbiate cercato di smorzarle, puntualizzando bene la vostra posizione - ancora si sentono, in giro per il web, contro il volontariato impiegato in modo corretto. Spero che #generazionepro, che tu hai citato, sgombri finalmente il campo da questi equivoci. Grazie, Alessandro, e buon lavoro con il tuo blog! Caterina

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