giovedì 5 settembre 2013

Re-imagining museums for a changing world

L'immagine è tratta dal sito arthistorynews.com


I musei possono svolgere e sempre più speso svolgono un ruolo significativo nella lotta contro l'esclusione sociale. In collaborazione con le istituzioni o con altri agenti sociali, le “outreach activities” hanno aperto la strada per l’utilizzo della cultura come strumento di mediazione nell’ambito delle proprie comunità di riferimento. Alcuni obietteranno: “perché i musei dovrebbero svolgere un compito che storicamente è sempre spettato a soggetti istituzionali o religiosi?”. Questa osservazione nasce da una concezione del ruolo dei professionisti museali influenzata da una visione tradizionalista. L’immagine del curatore resta per molti, infatti, unicamente quella dello studioso e del custode delle collezioni. Solo da poco, anche all'interno della stessa comunità professionale, si sta affermando la consapevolezza che la funzione dei curatore sia molto più ampia di quanto non lo sia stata in passato e che debba uscire dai suoi confini tradizionali creando opportunità di attività esterne, anche extra-muros, a favore società.

I problemi nascono soprattutto quando bisogna cercare i finanziamenti per queste iniziative che certamente non producono benefici economici ma ne producono innumerevoli dal punto di vista sociale. Purtroppo, però, i finanziatori raramente valutano le attività sociali dei musei e il loro rapporto con le fasce emarginate delle comunità così necessarie e  vitali per i musei stessi.
Eppure, riuscire a costruire  relazioni a lungo termine con gli immigrati, i senzatetto o con le altre fasce deboli della cittadinanza non è certamente meno essenziale della creazione di un evento di successo.
Un esempio è il lavoro che alcuni musei britannici stanno facendo per i senzatetto in varie località del Paese. Tra questi, il Museo Holbourne di Bath, che svolge corsi d'arte settimanali per uomini e donne senza fissa dimora da almeno sei anni; il Museum of London, che organizza programmi mensili rivolti alle fasce vulnerabili della cittadinanza, compresi i senzatetto. E poi il progetto “Out in the Open” del  Colchester & Ipswich Museums, quello denominato “Outside In” della Pallant House Gallery, a Chichester oppure l’”Happy Museum project” del London Transport Museum.
La sostenibilità, intesa in senso sociale, cioè la creazione di relazioni di comunicazione, è al centro di tutte queste iniziative. Le relazioni richiedono tempo per svilupparsi e la fiducia non può essere acquisita nello spazio di poche ore, ma è anche molto facile che i risultati raggiunti svaniscano se i progetti non fanno parte dell’impostazione mentale di un'organizzazione museale e, quindi, se non trovano terreno fertile, dedizione costante e impegno da parte dei responsabili dei musei. 
I vantaggi, però, sono molto evidenti. Le attività outreach e le opportunità di volontariato possono aiutare i senzatetto ad acquisire nuove competenze e più fiducia in se stessi e nel prossimo, e trovare, così, un modo per tornare ad integrarsi nella società. Si è sperimentato con successo che gli individui che sono così spesso ignorati nella cultura dominante, a cui è negato l'accesso alla cultura, l’uso della creatività e anche il lavoro, ottengono da queste attività enormi vantaggi e la possibilità di avviarsi concretamente verso un cambiamento positivo della loro vita. 
Forse i musei che hanno instaurato questo rapporto con gli emarginati non sono diventati economicamente più ricchi, ma lo sono diventati sicuramente molto di più in senso professionale ed etico.

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