mercoledì 18 luglio 2012

Davide contro Golia

Continua la guerra per salvare il Museo Nazionale dell'Uganda

( ENGLISH TRANSLATION AT THE BOTTOM OF THIS PAGE)

Attraverso questo blog abbiamo dato voce varie volte alla causa di Ellady Muyambi, il direttore esecutivo dell’Historic Resources Conservation Initiative (HRCI) che ormai ben conosciamo, che sta cercando di salvare il Museo Nazionale dell'Uganda dalla demolizione decisa dal Governo ugandese. Oggi ho ricevuto da lui un'e-mail cui ha allegato un interessante articolo del giornale ugandese The Observer, firmato da Edris Kiggundu. Lo pubblico con piacere nel mio blog, augurando a Ellady Muyambi di vincere la sua battaglia che non è soltanto una questione di principio ma è una vera e propria azione di coraggio anche contro la corruzione e lo strapotere politico che, purtroppo, non è soltanto una questione ugandese. Spero che anche i lettori di questo blog vogliano supportare questa causa nel modo migliore, cioè facendola conoscere il più possibile. Grazie fin d'ora per quanto vorrete fare.

Caterina Pisu 


Infuria la guerra sul Museo dell’Uganda


di  Edris Kiggundu

tratto da The Observer 

L'annuncio del governo ugandese, il gennaio dello scorso anno, di demolire l’unico Museo Nazionale dell’Uganda per dare il via alla costruzione di un centro commerciale di 60 piani, ha comprensibilmente causato scalpore.
Attivisti culturali, politici e molta gente comune si sono opposti strenuamente al progetto governativo ed il governo è stato addirittura portato in tribunale. Sedici mesi dopo, la battaglia infuria ancora ma come andrà a finire? Edris Kiggundu analizza gli argomenti pro e contro la demolizione della storica struttura museale. 

Circa un metro e cinquantasette di altezza, Ellady Muyambi non incarna le sembianze di qualcuno che può sostenere una lotta. Tuttavia, una sera, davanti a una bottiglia di soda e tirando un pugno al suo portatile, l'attivista per i diritti culturali dai grandi occhi, era in agitazione.
"Non possiamo permettere che ciò accada. Che cosa diremo ai nostri figli e nipoti?" così rispondeva Muyambi, interrogato in relazione all'imminente demolizione del Museo Nazionale dell’Uganda per fare posto al grattacielo dell’East Africa Trade Centre.
Muyambi è il direttore esecutivo dell’Historic Resources Conservation Initiative (HRCI), un'organizzazione civile che ha come finalità la conservazione della cultura e della natura. E non è un caso che il nostro incontro si svolga presso il Museo dell’Uganda, un luogo che è diventato una sorta di seconda casa per lui.
Lavorando a stretto contatto con altre organizzazioni come la Cross Cultural Foundation of Uganda (CCFU), l’Historic Building Conservation Trust (HBCT) e persone illustri come il giudice della Corte Suprema in pensione, il giudice George Kanyeihamba, Muyambi ha letteralmente messo in gioco la sua vita per salvare il museo.
Questo ha ottenuto a lui e alle altre organizzazioni coinvolte nella causa, il supporto mediatico nazionale e internazionale. I loro sforzi hanno anche catturato l'attenzione della United Nations Educational, Scientific and Cultural Organisation (UNESCO), l'organismo delle Nazioni Unite che sovrintende il patrimonio culturale. Nel mese di aprile 2011, quando la campagna aveva acquistato slancio, Francesco Bandarin, Assistant Director-General for Culture presso l'UNESCO, ha scritto a Kahinda Otafiire, attuale ministro ugandese del Turismo, Commercio e Industria, chiedendo al governo di abbandonare il progetto di demolizione del museo e di trovare alternative per costruire altrove.
"Come sapete, il Museo Nazionale dell’Uganda è il museo più grande e più antico del Paese. Le sue mostre sulla cultura tradizionale, l’archeologia, la storia, la scienza e la natura, sono tra le più importanti in Africa Orientale... Alla luce di tali considerazioni, vi saremmo grati se poteste farci conoscere la posizione ufficiale del vostro governo per quanto riguarda la sorte del Museo Nazionale dell’Uganda", così ha scritto Bandarin il 15 aprile 2011.
Allo stesso modo, l'anno scorso, Merrick Posnansky, che è stato curatore del museo tra il 1958 e il 1962, ha scritto sul The Independent, una rivista settimanale ugandese, che trasferire il contenuto del museo in modo sicuro sarebbe un’impresa difficile.
"Ho visto altri musei limitati dai piani di un edificio multipiano: in genere non funzionano. Un museo ha bisogno di varie sale per mostre diverse; due piani ne limiterebbero i movimenti” ha scritto Posnansky.
Ma la loro lotta resta disseminata di sfide che si alternano a battute d'arresto non facili da superare. Ad esempio, nell'aprile di quest'anno, Muyambi e la sua organizzazione hanno subito un duro colpo quando la Corte ha respinto, per motivi tecnici, le motivazioni della causa intentata contro la demolizione. A quanto pare, durante la presentazione del caso, i loro avvocati non avevano inoltrato una notifica al governo, come richiesto in questi casi. Ma gli attivisti non si sono scoraggiati.
Nel mese di giugno, hanno presentato un ricorso presso la Corte di Appello e l’udienza si svolgerà in tempi brevi.
"Il Museo Nazionale dell’Uganda è un istituto storico che dovrebbe stare da solo, in un suo spazio, e la distruzione è un crimine culturale che equivale a distruggere l'anima stessa dell’Uganda", ha detto la settimana scorsa Muyambi.
Il Governo continua ad inviare segnali contrastanti sulla sua intenzione di demolire o no il museo. Quando gli attivisti hanno citato in giudizio il governo, l'anno scorso, il vicesegretario presso il Ministero del Turismo, James Byenjeru, ha dichiarato che il centro commerciale dovrebbe essere costruito “vicino” e non al posto del museo.
"So che il governo intende costruire l’East Africa Trade Centre accanto all’edificio che ospita il museo e, pertanto, non ha intenzione di demolire il museo", ha detto Byenjeru.
Successivamente, il governo ha detto che il museo sarebbe stato trasferito e avrebbe occupato due piani del centro commerciale, precisando: questo spazio è pari a 6.000 metri quadrati, dieci volte più grande dello spazio che occupa attualmente (600 metri quadrati). Più tardi, Otafiire ha annullato tutto questo quando ha detto al Parlamento che il museo "must go", definendo "arretrati" quelli che si oppongono alla sua demolizione. 

Patrimonio culturale 

Il Museo Nazionale dell’Uganda, che occupa 3.359 ettari (circa 13 ettari), situati sul Plot 5, strada Kira in Kamwokya, ha un disperato bisogno di un lifting. Sebbene sia evidente che l'esterno ha recentemente avuto una mano di vernice, un certo numero di problemi devono ancora essere risolti. Per esempio, le panchine del giardino sono fatiscenti, mentre il parcheggio deve essere ampliato e ripavimentato.
Il museo è stato fondato nel 1908 ed espone manufatti della cultura tradizionale, di archeologia, storia e scienza. Ha varie sezioni interessanti piene di artefatti che animano i diversi aspetti storici della società ugandese. Per esempio, nella sezione “Età della Pietra”, si è in grado di osservare gli strumenti utilizzati dagli uomini dell'età della pietra. Questi strumenti includono pietre, ossa e legno utilizzati per il taglio, la rottamazione e la scheggiatura, e si mostra come si sono evoluti fino agli strumenti moderni che utilizzano gli ugandesi oggi, o che hanno utilizzato nel recente passato.
E’ possibile anche vedere l’evoluzione umana dalla preistoria, cominciando dalle scimmie fino agli esseri umani. La storia è raccontata con immagini, reperti, teschi e ossa che illustrano la storia che si impara a scuola e che così sembra più reale.
Il passato multiculturale e colorato dell’Uganda diventa vivo, così, come se si partecipasse a un viaggio. La sezione sulla Storia e l'età del Ferro descrive i modi tradizionali di vita durante i diversi regni, delle tribù e delle comunità ugandesi. Qui sono esposti suggestivi abiti tradizionali (per lo più confezionati con corteccia e pelle di animale), e si possono vedere le attività di caccia, la storia dei trasporti, la pesca, l’agricoltura, la guerra, la religione, ed anche come i nostri antenati passavano il loro tempo libero (ricreazione tradizionale).
Di notevole interesse è la vetrina che descrive come era amministrata la giustizia in Uganda molti anni fa. Senza codice penale, forze di polizia o dipartimenti investigativi, così come si usa oggi, come si poteva dimostrare chi aveva commesso un crimine e quale pena infliggere? Si viene a sapere che il Madi e il Lugbara erano vasi divini utilizzati per valutare l'innocenza degli imputati.
Tuttavia, nonostante il valore di questo ricco patrimonio culturale, il governo ritiene che il museo sia diventato un peso, non essendo riuscito a generare un fatturato significativo. Un centro commerciale nello stesso luogo, per il Governo, sarebbe molto meglio. Ma il Governo deve anche prendersi parte della colpa, dopo aver costantemente sottofinanziato il museo. Ad esempio, per l'esercizio finanziario 2011/12, sono stati assegnati soli 50 milioni di scellini ugandesi, soldi che certamente non sono sufficienti per soddisfarne le esigenze.
Nel corso degli anni, la gestione del museo ha cercato di trovare dei modi innovativi per aggirare la crisi del finanziamento. Ha, per esempio, concesso in leasing una parte della sua area all’Uganda Wildlife Authority, che ha istituito degli uffici gli sviluppatori privati ​​come il ristorante Ibamba. Tuttavia, le fonti ci hanno detto che il museo non ha alcun controllo diretto sulle risorse generate da queste iniziative.
Per quanto riguarda la gestione delle tariffe ai fini di un aumento delle entrate, fino all'inizio degli anni 2000, gli ugandesi in visita al museo non pagavano nulla, mentre oggi gli adulti pagano Shs 1000 per entrare e i bambini, Shs 500. Il biglietto per gli stranieri è di Shs 3000 per gli adulti e di SHS 1500 per i bambini. I visitatori che hanno fotocamere e videocamere pagano rispettivamente ulteriori SHS 5.000 e 20.000. 

Una causa persa? 

Tuttavia alcuni analisti ritengono che laddove un governo ignora il pubblico sentimento e, in particolare, trattandosi di demolizione di una proprietà pubblica, gli attivisti culturali stanno combattendo una causa persa. Nel 2006, per esempio, il governo ha dato l'assenso alla demolizione della Shimoni Demonstration School per lasciare spazio alla costruzione di un albergo, nonostante le proteste provenienti da varie parti della comunità ugandese.
Gli attivisti sono consapevoli di questo e, per ora, hanno riposto le loro speranze sul fatto di dover essere ancora ascoltati dalla Corte d'Appello. Il vero spettacolo, dice Muyambi, inizia adesso.


War over Uganda museum rages on


by Edris Kiggundu

The announcement by government in January last year that it would demolish the Uganda museum to give way for the construction of a 60-storey trade centre understandably caused a stir. Cultural activists, politicians and many people bitterly opposed the move and even took government to court. Sixteen months later, the battle still rages on, but how will it end? Edris Kiggundu dissects the arguments for and against the demolition of the historical structure.

At about five feet, seven inches tall, Ellady Muyambi does not cut the figure of someone who can sustain a fight. However, on a recent evening over a bottle of soda and punching away at his laptop, the big-eyed, bubbly-cheeked cultural rights activist appeared to be itching for one.
“We cannot allow this to happen. What will we tell our children and grandchildren?” Muyambi queried, in relation to the impending demolition of the Uganda museum by government to give way for construction of the 60-storey East Africa Trade Centre.
Muyambi is the executive director of Historic Resources Conservation Initiative (HRCI), a civil society organisation concerned with preservation of culture and nature. And it is not a coincidence that our meeting takes place within the precincts of the Uganda museum, a place that has become something of a second home for him.
Working closely with other organisations like Cross Cultural Foundation of Uganda (CCFU), Historic Building Conservation Trust (HBCT) and distinguished people like retired Supreme court Judge, Justice George Kanyeihamba, Muyambi has literally staked his life on saving the museum.
This has earned him and other organisations involved in the cause national and international media coverage. Their efforts have also caught the attention of the United Nations Educational, Scientific and Cultural Organisation (UNESCO), the UN body that oversees cultural heritage, among members. In April 2011 when the campaign had gathered momentum, Francesco Bandarin, the Assistant Director-General for Culture at UNESCO, wrote to Kahinda Otafiire, the minister of Tourism, Trade and Industry at the time, urging the government to abandon the move and find alternative land elsewhere.
“As you are aware, the Uganda National Museum is the largest and oldest museum in the country. Its exhibitions on traditional culture, archeology, history, science and natural history are among the most important in East Africa… In light of the above considerations, we would appreciate it if  you could inform us of the official position of your government regarding the fate of the Uganda National Museum,” Bandarin wrote on April 15, 2011.
Similarly, last year, Merrick Posnansky, who was curator of the museum between 1958 and 1962, wrote in The Independent, a Ugandan weekly news magazine, that it would not be ideal to transfer the contents of the museum safely.
“I have seen museums restricted to floors of a multi-storey building. They do not work. A museum needs different rooms for different exhibitions, two floors would restrict some movement,” Posnansky wrote.
Yet their struggle remains strewn with challenges and setbacks that will not be easy to overcome. For instance, in April this year, Muyambi and company suffered a major blow when the High Court dismissed, on technical grounds, a case they had filed against the demolition. Apparently, while filing the case, their lawyers had not provided a statutory notice to government, as is required in such cases. But the activists are not deterred.
In June, they filed an appeal in the Court of Appeal and hearing is scheduled to start soon.
“The Uganda Museum is a historical piece that should stand alone, and destroying it is a cultural crime which is tantamount to destroying Uganda’s soul,” Muyambi said last week.
Government continues to send mixed signals on whether it will demolish the museum. When the activists sued government last year, the Principal Assistant Secretary in the ministry of Tourism, James Byenjeru told court the trade centre would be constructed ‘near’ the museum.
“I know that the government intends to construct the East African Trade Centre next to the building housing the museum and as such, does not intend to demolish the museum,” Byenjeru said.
Thereafter, the government said the museum would occupy two floors on the trade centre building, saying this space amounted to 6,000 square metres, ten times bigger that the space it currently occupies (600 square metres). Later, Otafiire quashed all this when he told Parliament that the museum “must go”, describing those opposed to its demolition as “backward”.

Cultural heritage 

Indeed, the museum, which occupies 3.359 hectares (approximately 13 acres), located on Plot 5, Kira road in Kamwokya, is in dire need of a facelift. Although it is evident that the exterior recently got a fresh brush of paint, a number of things need to be fixed. For instance, the benches in the garden are dilapidated, while the parking yard needs to be widened and repaved.
The museum was founded in 1908 and has exhibits and artifacts of traditional culture, archeology, history and science. It has various interesting sections riddled with artifacts that bring to life the different historical aspects of our society. For instance, in the Stone Age section, one is able to observe physical tools used by Stone Age people. These tools include stones, bones and wood used for cutting, scrapping and chipping, and how they evolved into the modern tools that Ugandans use today, or used in the recent past.
One is also able to see how we evolved from our ancestors, from the pre-historic period through the history of apes and how they evolved into humans. The story is told by the displayed pictures, as well as real tools and bones or skulls that make the history we learn in school seem more real.
Uganda’s multicultural and colourful past comes alive as one tours the History and Iron Age displays depicting the traditional ways of life in different kingdoms, tribes and communities of Uganda. Here one finds striking displays of traditional clothing (mostly bark cloth and animal skin), headdress, hairdressing, as well as hunting, the history of transportation, fishing, agriculture, war, religion, and how our ancestors spent their free time (traditional recreation).
Also of interest is the display that describes how justice was dispensed in Uganda many years ago. With no penal code, police force or criminal investigations department as they exist today, how did people in earlier days know/prove who had committed which crime and what punishment fitted him/her? One would be able to learn that the Madi and Lugbara used divine pots to assess the innocence of the accused.
However, despite this rich cultural heritage value, government believes that the museum has become a liability, having failed to generate any meaningful revenue. A trade centre in the same place, government feels, would perform much better. Yet government must also take part of the blame, having continually underfunded the museum. For instance, for the 2011/2012 financial year, it was allocated a mere Shs 50 million, money that certainly is not enough to meet its needs.
Over the years, the management of the museum has tried to come up with innovative ways to circumvent the funding crisis. It has, for instance, leased part of its land to the Uganda Wildlife Authority, which has established offices and to private developers like Ibamba restaurant. However, sources told us that the museum has no direct control over the resources generated from these ventures.
Management also introduced entry charges to boost the facility’s income. Until the early 2000s, Ugandans visiting the museum were not charged but, today, adults pay Shs 1,000 to enter and children, Shs 500. The entry fees for foreigners are Shs 3,000 for adults and Shs 1,500 for children. Visitors carrying still and video cameras pay an additional Shs 5,000 and Shs 20,000 respectively.

Lost cause?

Yet some analysts feel that for a government that has a history of ignoring public sentiment, particularly where demolition of public property is concerned, the cultural activists are fighting a lost cause. In 2006, the government gave the nod to the demolition of Shimoni Demonstration School to give way for the construction of a hotel, despite protests from various sections of the public.
The activists are aware of this and for now, have pinned their hopes on the case yet to be heard by the Court of Appeal. The real show, Muyambi says, starts now.

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