lunedì 16 maggio 2011

GRANDI MOSTRE: UNO SPRECO DI RISORSE?

Sempre attuale l’appello dell’ICOM del 2008

Il 14 giugno 2008 l’ICOM Italia compilò un documento, sottoscritto da tutte le associazioni museali italiane (AMACI, AMEI, ANMLI, ANMS e SIMBDEA), in cui si esprimeva preoccupazione per la moltiplicazione di mostre e grandi eventi, dissociandole dai musei stessi, quasi come se si trattasse di attività separate che nulla hanno a che fare non solo con le istituzioni museali ma neppure con le città, con i territori e con le comunità che li ospitano.

A due anni di distanza è opportuno risollevare il problema, quanto mai attuale soprattutto in questo momento di grave crisi economica che ha ulteriormente ridotto le già esigue risorse disponibili per il settore museale. La politica culturale degli anni Settanta ha, in vari modi, indirizzato le scelte delle pubbliche amministrazioni nei decenni successivi: attraverso l’organizzazione di eventi e di mostre-spettacolo si cercava di guadagnare nuovi pubblici e di “modernizzare” il vecchio sistema museale. Il problema concreto è che a poco serve l’organizzazione di una grande mostra se poi questa va a discapito della stessa salvaguardia e conservazione del nostro patrimonio artistico, architettonico e archeologico, privando gli istituti culturali, gli archivi, le biblioteche e i musei, del necessario sostentamento.

Il rischio è quello di un consumo culturale usa e getta che coinvolge, sì, grandi masse ma nell’arco di un breve periodo, quasi una sorta di “fast-culture”.

Mario Resca,  già manager della McDonald’s in Italia, ed ora direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale del Ministero per i Beni culturali, afferma: «Gli ottimi esperti che abbiamo conservano l' arte, io cercherò di farla vedere a più gente possibile. Accessibilità, piacevolezza, servizi al pubblico. Pubblicità» (La Repubblica, 22 settembre 2009).

Eppure questo affiancamento del marketing alla cultura continua a lasciare un po’ d’amaro in bocca. Non è reticenza all’innovazione, ma piuttosto timore dell’effimero, della spettacolarità e del consumismo applicato alla cultura. A proposito delle mostre, scrive Rosanna Cappelli in “Punto e a capo. Abbecedario per i musei”: “la crescita a dismisura dell’attività e la sua progressiva e crescente esternalizzazione rischiano però di produrre forti disarmonie nelle dinamiche di funzionamento dei musei, in specie se non si riuscirà a ricomporre le scelte relative in un progetto complessivo di valorizzazione culturale e di definizione dell’offerta al pubblico […]” . Il problema, quindi, è quello di una subordinazione della cultura alle logiche di mercato, del tutto in conflitto con il Codice deontologico per i musei elaborato dall’ICOM che, al contrario, si oppone all’uso  dei beni museali come fonte di guadagno (art. 2.16). Eppure l’organizzazione di mega-mostre è ormai un business nelle mani di pochissime società specializzate, le uniche in grado di fare fronte ai costi elevati di progettazione e di allestimento. Ma non sempre si parla di successi. Nel suo documento, l’ICOM riporta una ricerca dell’Università Bocconi, commissionata dalla Regione Lombardia, in base alla quale “in Italia ogni anno vengono allestite più di 1600 mostre: per ogni grande successo vi sono decine di dolorosi fallimenti […] i tempi sono maturi per riconoscere che anche nel settore delle mostre, come nel mercato dell’editoria, esistono prodotti differenti che si rivolgono a pubblici diversi: mostre best seller e mostre di nicchia. Nell’introduzione alla ricerca si afferma, inoltre, che in Italia non vi è spazio per più di due progetti espositivi dotati di caratteristiche simili e allestiti simultaneamente in aree distanti non più di 300 km. Il mercato è piccolo e il pubblico, come si è desunto dai dati sulle frequenze di visita, è prossimo al raggiungimento di soglie di saturazione quasi fisiologiche.

E’ chiaro che le mostre non sono di per sé un male; è l’uso che se ne fa che è sbagliato. Osserva l’ICOM, per esempio, che i musei italiani, a differenza di quelli stranieri, sono spesso privati della possibilità di organizzare mostre proprie, legate alle collezioni del museo e all’identità stessa del museo, considerando che esso è, o dovrebbe essere, un organismo vivo, centro di numerose attività, che spaziano dallo studio al restauro, dall’accoglienza ai progetti didattici. Su questo obiettivo, ancora lontano da raggiungere, dovrebbero puntare l’attenzione le amministrazioni pubbliche e dovrebbero essere concentrate le risorse economiche disponibili, piuttosto che guardare al riscontro immediato, ma anche molto fugace, del grande evento di successo fine a sé stesso.  

Si potrebbero citare alcune eccezioni, ma senza far torto ad altri mi piace qui ricordare il Museo Archeologico dell’Alto Adige, con sede a Bolzano, che dal 1998 ad oggi è stato visitato da quasi 3 milioni di persone da tutto il mondo, pur con una lieve flessione negli ultimi anni, circostanza comune a quasi tutti gli istituti museali. Il Museo, accanto alla mostra permanente sulla mummia del Similaun, conosciuta come Ötzi, e all’allestimento fisso che espone reperti dal Paleolitico fino all’Alto Medioevo, ospita anche mostre temporanee, convegni e conferenze, sulla base di un programma annuale sempre molto ricco e articolato, con eventi che si ripetono ogni mese, sempre coerente, soprattutto, con i contenuti e le caratteristiche del museo. Sicuramente un esempio di museo dinamico, operoso, perfettamente integrato nel proprio territorio, da imitare anche dal punto di vista organizzativo da tanti altri musei italiani, se tutti avessero le risorse economiche necessarie.

Ritornando al documento del giugno 2008, consultabile nel sito ufficiale dell’ICOM Italia (www.icom-italia.org), vi sono riportate anche sei raccomandazioni, rivolte alle amministrazioni pubbliche e a tutti i cittadini. Riassumendone i contenuti, l’ICOM “chiede alle Pubbliche amministrazioni, alle Fondazioni ex-bancarie e ad altri sponsor/mecenati di distinguere i finanziamenti per le mostre-evento effimere e commerciali da quelli per le istituzioni culturali permanenti e di finanziare queste ultime con maggiore costanza e altrettanta generosità, visto il loro duraturo ruolo educativo e sociale verso i più diversi tipi di pubblico e il dovere di conservare integri (anche moralmente) i patrimoni dei musei per le prossime generazioni. I finanziamenti agli eventi effimeri non possono soverchiare e annientare quelli alle istituzioni culturali permanenti; pena il rischio di cancellare le indispensabili diversità culturali.”  

Vengono sollevati, come abbiamo già accennato, anche problemi deontologici: “Le domande che ci poniamo sono gravi: dove stanno andando alcuni grandi musei? È ammissibile che essi prestino a pagamento le proprie opere?”. Il prestito di opere a pagamento, infatti, oltre a scontrarsi con il Codice deontologico dei musei, come si è detto, comporta due grandi rischi: un aumento generale dei costi a scapito delle istituzioni meno dotate di risorse finanziarie e che, quindi, resterebbero escluse da queste attività; il rischio della privatizzazione delle mostre, “antitetica al concetto di museo come pubblico servizio […]. Nel momento in cui le collezioni, fondamento e ragion d’essere del museo, sono piegate a una logica di pura redditività il fine pubblico del museo passa in secondo piano, sostituito da una logica di profitto”. Un profitto che, però, non è a vantaggio del territorio o della collettività, mentre gli oneri ricadono, spesso, anche oltre il 50% del totale, sugli enti pubblici e quindi, conseguentemente, sui cittadini. Si richiede, pertanto, anche più trasparenza in tutto il processo di organizzazione e di allestimento dei grandi eventi. Se i cittadini, in ultima analisi, contribuiscono ai costi che tali manifestazioni comportano, allora è giusto, come suggerisce l’ICOM, “rendere pubblici e trasparenti i bilanci delle mostre e svolgere indagini prima e dopo le mostre sul gradimento del pubblico e sull’impatto turistico, economico e culturale complessivo sul proprio territorio di tali eventi, anche nel medio-lungo periodo. Ovvero adottare metodi di indagine e indicatori di successo o insuccesso complessi, quali i Balanced Scorecards (BSC), superando i limiti della contabilità economico finanziaria tradizionale”.

Dubitiamo che dal 2008 ad oggi qualcosa sia cambiato ma si spera che le raccomandazioni dell’ICOM, portavoce di tutte le associazioni museali italiane, siano finalmente accolte da chi ha il potere di alimentare o di spegnere ogni sano impulso proveniente dal mondo museale italiano.

Caterina Pisu (ArcheoNews, giugno 2010)

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